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la vista

la vista

In realtà, la vista è un fenomeno assai complesso che interessa più organi collegati in catena. L'analogia che si usa più comunemente è quello con un sistema televisivo. L'occhio corrisponde alla telecamera: mette a fuoco le immagini, le legge punto per punto e le converte in impulsi elettrici codificati, che vengono immessi nel nervo ottico. Questo può essere paragonato al cavo della telecamera, per quanto il paragone sia in questo caso un po più lontano dalla realtà: pensiamo che il cavo di una telecamera professionale contiene 10-20 fili mentre all'interno del nervo ottico scorrono circa 600.000 (seicentomila!) fibre, oltre ad un arteria ed una vena, il tutto in un diametro di 3-4 millimetri.

 

Meraviglie della natura a parte, ritorniamo ai nostri impulsi che percorrono il nervo ottico di ciascun occhio ed arrivano ad una specie di centrale di smistamento, che si chiama chiasma ottico; qui una parte di essi viene deviata verso il lato opposto, da sinistra a destra ovvero da destra a sinistra.

 

Superato il chiasma, gli impulsi giungono al cervello ove, dopo aver attraversato un altra stazione intermedia, raggiungono finalmente la corteccia cerebrale. Come molti sanno, la corteccia cerebrale è divisa in aree specializzate che presiedono alle diverse funzioni (movimento, sensibilità tattile, udito, olfatto e così via), ciascuna delle quali ha una localizzazione abbastanza precisa. Nel nostro caso, l'area della visione è localizzata nella corteccia occipitale, cioè nelle parte posteriore del cervello (in corrispondenza della nuca per intenderci).

 

Nella corteccia occipitale gli impulsi visivi vengono decodificati, elaborati e trasformati in sensazioni visive: nasce così la visione delle forme, dei colori, dei contrasti. L'area della visione è dotata di una memoria propria, pur essendo collegata alle memorie "principali" del cervello (localizzate altrove); è strettamente connessa con l'area della lettura e con quella della scrittura. Il tutto, come ognuno di noi sa, avviene a velocità elevatissima ed in tempo reale.

 

La complessità del sistema, a questo punto, è tale che gli studi fin qui eseguiti hanno permesso di chiarirne solo in parte il funzionamento. Senza dilungarci oltre, possiamo riassumere quanto detto sopra in questo modo: noi "vediamo" grazie ad un sistema complesso, del quale l'occhio rappresenta comunque il punto di partenza.

Difetti della vista

La vista si realizza attraverso un iniziale processo di messa a fuoco delle immagini a livello dell'occhio, seguito da una fase di trasporto, attraverso il nervo ottico, del segnale visivo alla corteccia occipitale, ove si effettua la fase di decodificazione del messaggio visivo.

Quando parliamo di difetti di vista ci riferiamo a qualsiasi patologia che alteri, in maniera reversibile e/o irreversibile, uno degli elementi che costituiscono questa complessa catena, formata da parti meccaniche, in quanto tali sostituibili, e da parti più propriamente nervose, ed in quanto tali a tutt’oggi insostituibili, nonostante i molteplici risultati della chirurgia vitreo-retinica e della ingegneria genetica ed elettronica.

 

L'OCCHIO

Analizzando le vie ottiche dalla loro porzione più prossimale (bulbo oculare) alla più distale (corteccia occipitale) possiamo individuare le seguenti parti anatomiche la cui alterazione determina un riduzione o la perdita totale della vista.

 

Il bulbo presenta nella sua porzione anteriore una lente biconcava trasparente, la cornea, che intercetta per prima le immagini visive, iniziando il processo di focalizzazione delle immagini sul secondo elemento intraoculare, rappresentato dal cristallino. Quest'ultimo è una lente biconvessa dotata, fino all'età di circa quarant'anni, di una elasticità che permette il rapido fenomeno della accomodazione, ossia la capacità di mettere a fuoco immagini lontane e vicine senza difficoltà.
Dopo tale età la naturale perdita di elasticità da parte del cristallino, associata al fisiologico indurimento che porta nel corso degli anni allo sviluppo della cataratta, si manifesta con la difficoltà di accomodazione (definita presbiopia), ossia con la difficoltà alla visione di oggetti vicini (lettura).


L'immagine visiva, dopo avere attraversato la cavità bulbare che è riempita da una sostanza gelatinosa trasparente definita vitreo, viene proiettata sulla retina, che rappresenta una proiezione del diencefalo, una parte del cervello, all'interno dell'occhio. A questo punto, terminata una fase più meccanica, inizia un processo complesso di trasformazione delle immagini a livello della porzione più esterna della retina, all'interno dei coni e dei bastoncelli, mediante fenomeni biochimici innescati dalla luce, e il successivo trasporto degli impulsi nervosi attraverso il nervo ottico, che a sua volta origina da uno strato più interno della retina.


Ogni nervo ottico è costituito da circa 1.000.000 di fibre nervose, provenienti dalla porzione più centrale della retina, la macula, deputata alla visione distinta, ossia del particolare, e dalle due porzioni di emiretina esterna alla macula, definita temporale, ed interna alla macula, detta nasale.


Queste ultime costituiscono la immagine della periferia del campo visivo, fondamentale nel movimento, nella esplorazione dell’ambiente esterno e nell’inseguimento degli oggetti. Più precisamente la emiretina temporale riceve le immagine provenienti dal campo visivo opposto, ossia nasale, mentre la retina nasale riceve le informazioni dal campo visivo temporale. Il nervo ottico, protetto nella sua porzione iniziale all'interno della cavità orbitaria, si proietta verso la corteccia realizzando, durante il suo decorso in prossimità della ghiandola ipofisaria, un parziale incrocio delle fibre provenienti dalle emiretine nasali.


Le vie ottiche si proiettano infine verso la corteccia occipitale. La corteccia occipitale destra riceverà, pertanto, le immagini del campo visivo sinistro e viceversa, per le peculiari caratteristiche anatomo-funzionali descritte.

 

PATOLOGIE

Questa introduzione anatomica è necessaria al fine di chiarire come un processo patologico che si realizza in uno degli anelli che costituiscono la catena del processo visivo determini una riduzione della vista o una sua deformazione ed annebbiamento fino alla totale abolizione (malattie della cornea, difetti di refrazione, cataratta, infiammazioni, emorragie intravitreali e/o retiniche, distacco della retina, neuriti, alterazioni della normale pressione oculare, traumi, malattie demielinizzanti, intossicazioni, tumori sia delle vie ottiche che delle parti vicine con interessamento del nervo ottico, infarti e ictus cerebrali, malattie congenite del metabolismo).

Il perfetto funzionamento ed integrità anatomica di tale catena permette una visione ottimale. La quantità o acuità visiva viene comunemente espressa in decimi, utilizzando particolari ottotipi (cartelloni o sistemi a proiezione) in cui le lettere più grandi individuano i decimi inferiori di vista per arrivare al valore standard massimo solitamente espresso dai 10/10 di vista.

Spesso nel gergo comune si confonde il significato di decimi di vista con quello di diottrie o di gradi. Le diottrie indicano il potere della lente che permette di correggere un determinato difetto visivo, quindi quantificano il difetto visivo in quanto miopia, astigmatismo, ipermetropia e/o presbiopia; i gradi, infine, non hanno alcun significato in senso tecnico, ma vengono spesso utilizzati, anche se impropriamente, per definire sia la acuità visiva che le diottrie, creando ovvie confusioni.


I difetti di refrazione indicano l'insieme delle condizioni del bulbo oculare che determinano una alterata messa a fuoco della immagine retinica. Si individuano 3 difetti fondamentali, talora sussistenti nella stessa persona, costituiti dalla miopia, il difetto più diffuso nella intera popolazione mondiale, la ipermetropia e l'astigmatismo.

 

A questi difetti si aggiunge la già citata presbiopia che rappresenta più propriamente un fisiologico processo di difficoltà della accomodazione per vicino, al quale, dopo i quarant’anni, tutti siamo condotti, seppure con aspetti diversi determinati dalla presenza o meno di un difetto di vista preesistente. Differenti, saranno, infatti, le conseguenze della presbiopia in un occhio miope, rispetto a quelle innescate in un occhio già ipermetrope, come vedremo oltre più in dettaglio. Esaminiamo le caratteristiche di tali difetti di refrazione.

 

MIOPIA

L'occhio miope è essenzialmente caratterizzato dalla formazione della immagine visiva davanti al piano retinico. Tale condizione viene realizzata soprattutto da una eccessiva lunghezza del bulbo oculare (miopia assiale) ma può verificarsi anche per una eccessiva curvatura della cornea e/o del cristallino (miopia di indice).

Quest'ultima condizione può verificarsi anche nel corso degli anni in un soggetto inizialmente emmetrope sia per una eccessiva ritenzione di liquido all'interno del cristallino, evenienza possibile durante un rialzo eccessivo della glicemia nel diabete, sia, più comunemente, a causa dell'indurimento del cristallino provocato dalla cataratta.

 

In ogni caso l'immagine formata al davanti del piano retinico potrà essere corretta con lenti che permettano di farla scivolare all'indietro sulla retina, mediante l'uso di lenti divergenti negative, e pertanto contrassegnate dal segno meno. Il potere della lente necessaria a correggere il difetto refrattivo miopico viene espresso in diottrie sferiche negative.

 

Dopo i quarantanni, con l’inizio della presbiopia che si corregge utilizzando lenti positive progressivamente più forti, si comprende come il miope sia in parte avvantaggiato in quanto preferisca leggere togliendo gli occhiali o utilizzando, in ogni caso, una lente più bassa rispetto a quella utilizzata nella visione per lontano.

La miopia assiale, che è il difetto visivo più diffuso, inizia in età giovanile o pediatrica e tende ad aumentare parallelamente alla crescita staturale dell’individuo.

 

Ulteriori piccoli incrementi della miopia possono essere riscontrati in situazioni di debilitazione fisica, di stanchezza o in condizioni che accentuino la accomodazione, come il lavoro per vicino e la lettura, ma, in realtà, un esame della vista in cicloplegia (mediante l’instillazione delle gocce che bloccano la accomodazione) permette di definire con precisione il reale valore della miopia che può apparire più basso o, talora, più alto quando l’esame viene effettuato senza cicloplegico.

Infatti, un eccessivo sforzo accomodativo, condizione che può realizzarsi durante lo studio protratto o in tutte le attività che si esplicano mediante una messa a fuoco per vicino, può simulare un aumento della miopia, mentre, al contrario, la capacità di rilasciare al massimo la accomodazione, seppure in maniera momentanea, può associarsi ad un apparente riduzione della miopia.

 

Quest'ultima proprietà è alla base delle tecniche di riduzione momentanea della miopia, ottenuta con una serie ripetuta di esercizi di rilasciamento accomodativo.

 

Una importante condizione fisiologica che può associarsi ad un incremento della miopia è rappresentato dalla gravidanza e dall’allattamento. Anche in questo caso, tranne in pochissime condizioni di miopia degenerativa, l’aumento della miopia è solo apparente ed è legato alle condizioni suddette di debilitazione fisica. Sono rarissime le condizioni in cui oggi viene sconsigliato il parto per via naturale, in un soggetto miope, contrariamente alla tendenza diffusa in passato.

 

Nell’ambito di tale difetto refrattivo occorre parlare di un tipo particolare di miopia che deve essere considerato non come un semplice difetto di vista ma come una patologia vera e propria con peculiari caratteristiche anatomo-funzionali, ossia la miopia degenerativa.

 

In questo caso il bulbo oculare raggiunge una tale lunghezza da presentare una porzione centrale sfiancata, il cosiddetto stafiloma miopico posteriore, con assottigliamento dei tessuti retinici, che sono, di conseguenza, ipo-ossigenati e frequente riscontro di aree degenerative vitreo-retiniche periferiche.

 

La condizione di ipossigenazione posteriore si associa frequentemente allo sviluppo di emorragie e di neovascolarizzazioni sottoretiniche centrali, fino allo sviluppo di cicatrici atrofiche, mentre le aree degenerative periferiche predispongono con maggiore frequenza rispetto ad un bulbo normale allo sviluppo di rotture retiniche e distacchi di retina. In questi casi il visus può essere molto compromesso per le particolari condizioni anatomiche della retina centrale e per lo sviluppo delle complicanze descritte.

 

IPERMETROPIA

La ipermetropia è il difetto opposto alla miopia, essendo caratterizzato dalla presenza di un bulbo più corto del normale o da un minore potere accomodativo della cornea e/o del cristallino.

In tal modo l’immagine visiva cade posteriormente alla retina e la possibilità di messa a fuoco sul piano retinico può essere determinata, entro certi limiti, da uno sforzo accomodativo o dall’uso di lenti convergenti o biconvesse (lenti sferiche positive, contrassegnate dal segno +).

 

Con l’inizio della presbiopia l’ipermetrope è doppiamente penalizzato, in quanto dovrà sommare alla correzione già in uso nella visione per lontano la lente positiva per la messa a fuoco per vicino. Per le peculiari caratteristiche relative alla lunghezza del bulbo ipermetrope, che abbiamo detto appare più corto della norma, si comprende come la ipermetropia sia il difetto visivo più diffuso nella infanzia. Entro certi limiti la presenza di una piccola ipermetropia (<2 D) entro l'età scolare rappresenta la norma.

 

A differenza della miopia, l’ipermetropia tende a ridursi con la crescita, parallelamente all’incremento della lunghezza del bulbo oculare. Questo spiega perché i bambini ipermetropi, a seconda del difetto presente, con la crescita tolgano definitivamente le lenti, presentino un residuo della iniziale ipermetropia o, addirittura, possano virare verso la miopia.

 

ASTIGMATISMO

L’astigmatismo è un difetto particolare di messa a fuoco delle immagine che si realizza lungo una linea di confusione e sfuocamento dovuta ad una eccessiva convergenza o divergenza di uno dei meridiani della cornea, o, più raramente, del cristallino. Si realizzano rispettivamente la possibilità di un astigmatismo miopico o ipermetropico, che vengono corretti mediante l’utilizzo di lenti cilindriche negative o positive.

L’astigmatismo miopico ed ipermetropico possono essere presenti come difetto di vista isolato o associato alla miopia o alla ipermetropia, realizzando le condizioni di astigmatismo semplice o composto miopico ed ipermetropico. E’, inoltre, possibile, la combinazione di un difetto sferico (miopia o ipermetropia) con l’astigmatismo di segno opposto (ipermetropico o miopico) realizzando la condizione definita come astigmatismo misto.

 

L'astigmatismo tende a rimanere sostanzialmente stabile nel corso degli anni. L'uso o, più correttamente l'abuso, di lenti a contatto, soprattutto rigide, può determinare una modificazione dell'astigmatismo, inducendo un appiattimento della superficie corneale.

 

Una particolare patologia della cornea, può, inoltre, determinarne un progressivo sfiancamento, associato ad un aumento dell'astigmatismo corneale, fino a determinare, nei casi più estremi, una rottura corneale. Tale patologia è il cheratocono, diagnosticato oggi precocemente grazie alla introduzione di una relativamente nuova tecnica diagnostica, ossia la topografia corneale. Quest'ultimo esame è fondamentale ai fini di uno studio accurato della superficie corneale ed è, ovviamente, indispensabile, per una precisa selezione dei pazienti che desiderano sottoporsi alla chirurgia refrattiva.

 

PRESBIOPIA

Infine la presbiopia, come già accennato, rappresenta più che un difetto di vista un fisiologico invecchiamento del cristallino che compare già dopo i quarant’anni imponendo l’uso di lenti positive (da +1 a +3 sfera circa) per la messa a fuoco degli oggetti ravvicinati.


In tal modo i miopi tendono a scalare fino a togliere del tutto, a seconda dell’entità del difetto refrattivo, le lenti sferiche negative nella visione per vicino, contrariamente agli ipermetropi che addizionano alla lente in uso per lontano la correzione sferica positiva per vicino.

 

CHIRURGIA DEI DIFETTI REFRATTIVI

Per quanto concerne la possibilità di chirurgia dei difetti refrattivi esposti negli ultimi anni la ricerca scientifica e le nuove tecnologie hanno permesso di raggiungere risultati molto positivi, pur rimanendo dei limiti per alcune condizioni refrattive e/o patologiche.

 

La cheratotomia radiale è oggi quasi completamente abolita in quanto non offre maggiori risultati funzionali rispetto alle più recenti tecniche, ma piuttosto il rischio di un eccessivo indebolimento anatomico del bulbo oculare, nonché un minore risultato visivo.


La correzione della miopia elevata mediante la asportazione chirurgica del cristallino, qualora non sia ancora presente una cataratta, si è rivelato particolarmente pericoloso per la alta incidenza di distacco retinico evidenziata dopo tale intervento, anche a distanza di anni dallo stesso.

 

Non meno esenti da rischi, per i potenziali effetti rispettivamente sull'equilibrio corneale e corneo-sclerale e sulla periferia della retina, sono gli interventi rappresentati dalla introduzione di lenti intraoculari, in camera anteriore o in camera posteriore, davanti al cristallino.
La riduzione dei difetti di refrazione è stata rivoluzionata dalla introduzione del laser ad eccimeri che permette, a seconda del difetto iniziale, una totale o parziale eliminazione del difetto miopico ed astigmatico, ed un risultato ancora non completamente soddisfacente, ma molto promettente, nella eliminazione del difetto ipermetropico.

Le due principali tecniche utilizzate sono la PRK, che si attua sulla superficie corneale, nei difetti più lievi, e la LASIK, che si applica in uno strato più profondo della cornea, utilizzata nei difetti medi e medio-elevati.


La correzione della presbiopia è a tuttoggi sperimentale. Sono state proposte tecniche di inserimento di anelli nello spessore dei tessuti oculari, ma la indaginosità dell’intervento e la insicurezza dei risultati ottenuti impediscono, almeno per ora, di consigliare tale tipo di risoluzione parachirurgica per tale difetto visivo.

 

Prima di sottoporsi al trattamento con laser ad eccimeri è fondamentale sottoporre il paziente ad un attento esame specialistico al fine di escludere le condizioni che possono anche solo potenzialmente associarsi ad un rischio per la integrità del bulbo oculare.

In tal senso sono da escludere la presenza di patologie corneali e malattie dermatologiche che indicano una difficoltà nella cicatrizzazione dei tessuti. Allo stesso modo la presenza di un glaucoma o di una sensibilità al cortisone, che dovrà essere instillato, talora per periodi molto prolungati dopo l’intervento, rappresenta una controindicazione all’intervento stesso.

 

La presenza di una cataratta in evoluzione rappresenta un ulteriore controindicazione all’intervento, in quanto, la stessa rimozione del cristallino catarattoso con la introduzione di una adeguata lente intraoculare rappresenta un intervento capace di ridurre il difetto di refrazione pre-esistente.

 

L'esame della acuità visiva dovrà essere valutato con e senza cicloplegico e dovrà essere stazionario da almeno un anno. L'esame della cornea sarà approfondito dalla topografia corneale e dalla misurazione del suo spessore, mediante la pachimetria. Il fondo oculare non dovrà presentare lesioni degenerative posteriori o periferiche, o, la presenza di queste ultime farà prevalere la scelta sulla tecnica meno invasiva, rappresentata dalla PRK, piuttosto che sulla più delicata LASIK.

L’intervento refrattivo dovrebbe essere consigliato solo ai seguenti pazienti:

1) presenza di anisometropia refrattiva sia miopica che ipermetropica ossia presenza di un difetto visivo molto differente nei due occhi con conseguente impossibilità a correggere il difetto maggiore con la lente frontale (occhiale);

2) presenza di un difetto refrattivo di valore medio-elevato in paziente che non tollera l’uso di lenti a contatto, con conseguente scarsa visione ottenuta dall’uso di lenti frontali;

3) condizioni visive imposte come requisito funzionale per alcune categorie lavorative (personale di volo, personale di polizia ecc.);

4) attività lavorative in cui l’immagine esteriore è fondamentale ai fini del lavoro stesso (teatro, cinema, televisione).

In tutte le altre situazioni, qualora il paziente abbia una buona visione con l’uso di occhiali e/o di lenti a contatto, l’intervento di refrattiva rappresenta unicamente una scelta di tipo pratico, della quale il paziente stesso deve essere fortemente motivato, allo scopo di migliorare la qualità della vita.

 

L'OCCHIO

occhio

La parte anteriore dell'occhio (quella che noi vediamo all'esterno) ha la funzione di mettere a fuoco l'immagine e di dosare la quantità di luce che entra; essa comprende la cornea, il cristallino e l'iride.

 

Se torniamo al paragone iniziale con la telecamera, la cornea corrisponde alla lente esterna dell'obiettivo. Essa si incarica di operare una prima, grossolana focalizzazione dell'immagine e rappresenta, allo stesso tempo, una barriera tra l'occhio e il mondo esterno.

 

Il cristallino corrisponde alla lente interna dell'obiettivo ed esegue la messa a fuoco fine: si tratta infatti di una lente morbida, capace di modificare curvatura e posizione per adattarsi alle diverse distanze focali. E' grazie al cristallino che possiamo vedere da lontano, a media distanza e da vicino: un piccolissimo muscolo a forma circolare ne regola continuamente la formaspostando il fuoco dove desiderato.

L'iride (quella colorata) funziona come il diaframma: si allarga e si stringe, regolando la quantità di luce che entra nell'occhio a seconda delle esigenze. Pertanto, si dilata nell'oscurità e di notte e si restringe in condizioni di piena illuminazione.

 

Nella parte posteriore dell'occhio si trova la retina. Si tratta di un sottile foglietto che tappezza interamente l'interno del bulbo (strutture anteriori a parte) e poggia su una seconda membrana specializzata, chiamata epitelio pigmentato, al di sotto della quale vi è una terza membrana, la coroide. L'epitelio pigmentato svolge molte funzioni, ma quella che più ci interessa è una sorta di "effetto ventosa" che esso esercita sulla retina e attraverso il quale la retina rimane aderente. La coroide contiene vasi e capillari ed ha funzione di nutrimento.

E' importante considerare che l'interno dell'occhio è occupato da una gelatina trasparente, il vitreo. Molte persone tendono a confondere il vitreo con il cristallino, ma si tratta di due cose completamente diverse. Del cristallino abbiamo già detto; il vitreo è un gel compatto (almeno nel giovane), di consistenza paragonabile a quella del bianco dell'uovo. L'importanza del vitreo sta nel fatto che esso è a contatto con la retina e che, come vedremo, molte delle malattie della retina sono causate da alterazioni del vitreo.

LA RETINA

retina

Abbiamo definito la retina come un "foglietto estremamente sottile". Ciò, sebbene vero in senso generale , è molto riduttivo data l'incredibile complessità della struttura interna della retina stessa, che in questo microscopico spessore comprende ben dieci strati ciascuno con funzioni specializzate.Questa sezione del bulbo oculare in corrispondenza della epitelio macula del pìgmentato (cioè punto di massima visione), esaminata al microscopio, dimostra gli strati che compongono la parete.

 

La retina contiene nel primo e nel secondo strato una enorme quantità di cellule sensibili alla luce, dette fotorecettori. Esistono fotorecettori sensibili alla luce ed altri sensibili ai diversi colori. Ciascun fotorecettore legge un punto dell'immagine (luminosità, colore o entrambi) e genera impulsi elettrici che trasmette agli strati successivi, ove questi subiscono una prima elaborazione e vengono codificati per la trasmissione attraverso il nervo ottico.

 

La distribuzione dei fotorecettori non è uniforme. Essi presentano la massima concentrazione nella parte centrale della retina, la cosiddetta macula; man mano ci si sposta verso la periferia della retina la densità dei fotorecettori diminuisce e questi sono più distanziati tra loro.

Vi è una ragione precisa per questo: la macula viene utilizzata per la visione distinta e per la lettura, la periferia (la famosa "coda dell’occhio) è più sensibile alle cose in movimento.Perché possa funzionare, la retina deve essere aderente, cioè attaccata in tutti i punti all'epitelio pigmentato.

 

Come abbiamo accennato prima, non vi è nessuna "colla" alla base dell’aderenza retinica ma un meccanismo di aspirazione da parte dell’epitelio pigmentato, per il quale essa viene come "risucchiata verso la parete. L'aderenza della retina è anche importante per la sua nutrizione: pur essendo dotata di un proprio sistema circotorio, la retina assorbe una parte del nutrimento per diffusione dalla coroide sottostante.

IL VITREO

vitreo

Il vitreo è il secondo "vicino" della retina, alla quale è connesso in maniera più o meno tenace a seconda delle zone. Le aree di massima adesione vitreo-retinica si trovano all’estrema periferia (nella parte anteriore dell’occhio) ed in corrispondenza della macula.

 

Senza addentrarci in complessi argomenti di biochimica, possiamo considerare il vitreo come il risultato di un perfetto equilibrio tra due componenti: una componente fibrosa ed una componente acquosa. Se vogliamo paragonarlo ad una spugna bagnata, la componente fibrosa è la spugna vera e propria nei cui spazi interni si trova intrappolata la parte acquosa. Il tuttoha come risultato una gelatina compatta e perfettamente trasparente.

 

Con il tempo, tutta via, questo stato di cose tende ad alterarsi e già in gioventù possono comparire delle modificazioni nella struttura vitreale, legate a separazione più o meno estesa tra le due componenti.

Con il tempo, il vitreo perde la sua compattezza e perfetta trasparenza: la visione di macchie fluttuanti (le famose "mosche volanti"): nella maggior parte dei casi, questi fenomeni non sono pericolosi.

Si possono formare così tralci, veli ed addensamenti, per eccesso di componente fibrosa; oppure, d'altra parte, lacune e spazi in cui predomina la componente acquosa.

 

Qual è il risultato di queste modificazioni? Innanzitutto, la perdita della perfetta trasparenza. Possono così cominciare a comparire corpi mobili nel campo visivo, particolarmente visibili in condizioni di piena luminosità e/o su di uno sfondo chiaro. Si tratta di sintomi innocui, che spesso portano il paziente ad una visita specialistica il cui risultato è sostanzialmente negativo.

Il distacco del vitreo

vitreo

Vi è un secondo tipo di modificazioni vitreali che riveste un importanza decisamente maggiore. Ciò che si verifica è, in sostanza, un improvvisa rottura dell'equilibrio tra la componente fibrosa e quella acquosa, per cui queste si separano tra di loro.

 

Se prendiamo la spugna dell’esempio precedente e ne rimuoviamo l'acqua (strizzandola e poi lasciandola essiccare), questa si rimpicciolirà notevolmente. Allo stesso modo, la componente fibrosa del vitreo, separandosi da quella acquosa, va incontro ad una marcata riduzione di volume. Dal momento che il volume dell’occhio non cambia, la conseguenza di questo fenomeno è il distacco della componente fibrosa vitreale dalla superficie interna dell ‘occhio, e cioè dalla retina: il distacco del vitreo.

 

Il distacco del vitreo inizia in genere nella parte superiore dell'occhio e progredisce verso il basso. Esso si completa in un periodo variabile tra qualche ora e qualche giorno, quando il vitreo (sarebbe più corretto dire: la componente fibrosa) rimane adesso alla superficie della retina solo nella parte anteriore dell’occhio, là dove (come abbiamo visto) la connessione è più tenace.

 

Nella maggior parte dei casi, il distacco del vitreo decorre senza conseguenze. Tuttavia, esso è un evento critico per un occhio, perché potrebbe produrre delle lesioni retiniche. A tutti noi sarà capitato di staccare un cerotto dalla pelle dopo averlo tenuto per qualche giorno: facilmente l'operazione può riuscire dolorosa, provocare irritazione sulla pelle o strappare via qualche pelo. Immaginiamo, in piccolo, ciò che potrebbe avvenire a livello dell’occhio: se il distacco del vitreo non incontra ostacoli nelle zone di minore adesione vitreo-retinica esso può produrre sollecitazioni anche marcate nelle aree di maggiore connessione.

 

Di solito, il distacco del vitreo inizia nella parte superiore del bulbo oculare (disegno a sinistra) e poi progredisce verso il basso, come indicato dalle frecce nella figura al centro ed in quella a destra. Questo fenomeno è di solito improvviso, da' luogo a sintomi evidenti e può essere pericoloso: è bene ricorrere alle cure di uno specialista.

Le conseguenze sono variabili: dalla rottura di un piccolo capillare (innocua) al prodursi di una lacerazione sulla retina, primo movente del distacco della retina stessa.

 

I sintomi del distacco del vitreo sono in genere piuttosto imponenti: si notano all'improvviso numerosi corpi mobili accompagnati da sensazioni luminose e lampi, questi ultimi legati alla sollecitazione meccanica della retina. E' difficile trascurare questi sintomi: la maggior parte delle persone si reca al pronto soccorso ovvero ad una visita specialistica urgente. Ciò è della massima importanza poiché, come vedremo, una lesione retinica iniziale può essere ancora riparata, a questo stadio, senza ricorrere ad un intervento chirurgico.

Responsabile del Raggruppamento chirurgico:
Prof. Dott. Mario Stirpe

L'attività di ricovero è rivolta alla patologia Oculistica, anche con procedure Day Surgery (procedure diagnostiche e/o terapeutiche invasive con dimissione nella stessa giornata di ammissione).
In tale contesto la Casa di Cura dispone di una modernissima apparecchiatura per interventi ambulatoriali di "LASER AD ECCIMERI" per la correzione dei difetti visivi di refrazione: miopia, ipermetropia ed astigmatismo.


Per informazioni scrivere a info@sandomeniconline.it


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